sabato 22 dicembre 2012

La risposta di una donna a Bruno Volpe e a Pontifex


A volte, probabilmente a causa di una forma di premestruo natalizio, mi trovo a leggere l’editoriale che un certo (come posso definirlo? Bigotto può andare?) Bruno Volpe scrive sul noto blog estremista cattolico Pontifex. Per farvi capire di chi sto parlando, Bruno Volpe è quello che ha sostenuto che gli incendi che hanno devastato la Liguria un anno fa sono stati causati dall’ironia di Crozza, e che il palco crollato prima di un concerto di Jovanotti (musicista notoriamente satanista …) sia stato dovuto alla pubblicità che questi avrebbe fatto all’uso del preservativo. Uno, insomma, che riuscirebbe a farsi dare del retrogrado anche da un qualunque talebano di passaggio.
La sua ultima uscita, però, mi ha dato più fastidio del solito, perché è così oscurantista da diventare, secondo me, pericolosa.
Ci tengo a precisare che rispondo a quest’uomo nell’unico luogo in cui mi è possibile farlo gratuitamente: non ho trovato un account su nessun social network, e cercare di commentare semplicemente l’articolo, beh … credo che mi costerebbe troppo. Insomma: non è uno che cerca il confronto.
Ora vi posto esattamente l’articolo e vi metto anche il link così potrete entrare serenamente (!) nella testa di questo editorialista leggendo altre perle e capire perché non è possibile avere un dialogo gratuito.




Proseguiamo nella nostra analisi su quel fenomeno che i soliti tromboni di giornali e Tv chiamano "femminicidio". Aspettiamo risposte su come definire gli aborti: stragi? Notoriamente, l'aborto lo decide la donna in combutta col marito e sono molti di più dei cosiddetti femminicidi. Una stampa fanatica e deviata, attribuisce all'uomo che non accetterebbe la separazione, questa spinta alla violenza. In alcuni casi, questa diagnosi può anche essere vera. Tuttavia, non è serio che qualche psichiatra esprima giudizi, a priori e dalla Tv, senza aver esaminato personalmente i soggetti interessati. Non sarebbe il caso di analizzare episodio per episodio, senza generalizzare e seriamente, anche per evitare l'odio nei confronti dei mariti e degli uomini? Domandiamoci. Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti e che il cervello sia partito? Non lo crediamo. Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza, ...
... si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti.
Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici e da portare in lavanderia, eccetera... Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (FORMA DI VIOLENZA DA CONDANNARE E PUNIRE CON FERMEZZA), spesso le responsabilità sono condivise.
Quante volte vediamo ragazze e anche signore mature circolare per la strada in vestiti provocanti e succinti?
Quanti tradimenti si consumano sui luoghi di lavoro, nelle palestre, nei cinema, eccetera?
Potrebbero farne a meno. Costoro provocano gli istinti peggiori e se poi si arriva anche alla violenza o all'abuso sessuale (lo ribadiamo: roba da mascalzoni), facciano un sano esame di coscienza: "forse questo ce lo siamo cercate anche noi"?
Basterebbe, per esempio, proibire o limitare ai negozi di lingerie femminile di esporre la loro mercanzia per la via pubblica per attutire certi impulsi; proibire l'immonda pornografia; proibire gli spot televisivi erotici, anche in primo pomeriggio. Ma questa società malata di pornografia ed esibizionismo, davanti al commercio, proprio non ne vuol sapere: così le donne diventano libertine e gli uomini, già esauriti, talvolta esagerano.
Bruno Volpe”

Ad una provocazione del genere avevo già risposto a suo tempo in questo articolo:
in quella circostanza non mi ero soffermata tanto sulle parole, quanto sul concetto espresso proprio perché speravo che fossero travisate. Questa volta, però, non mi posso esimere. Non ce la faccio proprio.
Signor Volpe: mi rivolgerò direttamente a lei.

Già dal titolo si capisce il punto di vista: l’uomo è quello sano, che quindi esclude di costruire un rapporto con le donne su cui usa violenza, sono loro che devono fare da sole autocritica ed è meglio che questa sia sana, e cioè che vada bene a lei signor Volpe. Complimenti: se poi un giorno mi volesse spiegare dove trova l’arroganza per dire a qualcuno che lei mai sarà, vale a dire una donna, a cosa deve pensare, ne farò tesoro.
Proseguiamo nella nostra analisi su quel fenomeno che i soliti tromboni di giornali e Tv chiamano "femminicidio". Aspettiamo risposte su come definire gli aborti: stragi? Notoriamente, l'aborto lo decide la donna in combutta col marito e sono molti di più dei cosiddetti femminicidi
A parte il fatto che “femminicidio” è un termine italiano (e si riferisce alle violenze che vengono perpetrate dagli uomini ai danni delle donne in quanto tali, ossia in quanto appartenenti al genere femminile. Il femminicidio comprende inoltre tutti quei casi di omicidio in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi relativi alla sua identità di genere. La fonte è Wikipedia, non ho certo dovuto scomodare l’Accademia della Crusca per trovarlo.) quindi non capisco perché dare del trombone a chi, semplicemente, utilizza il termine corretto, ma cosa centrano nello specifico gli aborti? Siamo ancora al vecchio sistema Shopenhariano di cambiare argomento per cercare di avere ragione. Comunque, in risposta alla sua domanda: no, non li definiamo così perché sono una cosa diversa. E non centra nulla la sua morale o la mia: è la lingua italiana a darne definizioni diverse. Poi, scusi, ma chi le ha detto che viene deciso dalla donna in combutta col marito? Sa che, molto spesso i padri naturali non sanno niente anche perché, in una percentuale spaventosamente alta di casi, sono proprio degli stupratori? È andato a informarsi presso qualche casa di accoglienza prima di sparare questa stupidaggine? Notoriamente a chi?
Una stampa fanatica e deviata, attribuisce all'uomo che non accetterebbe la separazione, questa spinta alla violenza. In alcuni casi, questa diagnosi può anche essere vera. Tuttavia, non è serio che qualche psichiatra esprima giudizi, a priori e dalla Tv, senza aver esaminato personalmente i soggetti interessati. Non sarebbe il caso di analizzare episodio per episodio, senza generalizzare e seriamente, anche per evitare l'odio nei confronti dei mariti e degli uomini? Domandiamoci
Ecco: sul fatto che non si dovrebbe generalizzare sarei anche d’accordo con lei, peccato che lei si sia smentito proprio nel capoverso precedente citando donne che “abortiscono in combutta con i mariti”, come se milioni di scelte compiute quotidianamente nel mondo fossero attribuibili solo a questa esigua minoranza. Sembra quasi che lei si renda conto della pochezza degli argomenti e cerchi di distogliere l’attenzione da essi. Esattamente come teorizzato, appunto dal già citato Shopenhauer nella sua Arte di Avere Ragione. Conclude, quindi, il capoverso con un “domandiamoci” che è un termine del tutto sbagliato, perché avrebbe dovuto scrivere “domandatevi”, visto che lei non si pone alcuna domanda in questo articolo, non ha alcun dubbio, ma si limita a giudicare.
Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti e che il cervello sia partito? Non lo crediamo. Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza, ...
... si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti.
Se permette: qui c’è già un immenso, errore storico. Gli uomini non sono impazziti, sono sempre stati pazzi, hanno sempre picchiato donne sottomesse. Quello che lei non capisce (o meglio: quello che lei capisce benissimo, ma che non accetta) è che le donne non sono più sottomesse, non ci stanno più a lasciarsi brutalizzare e si ribellano. Lei scambia l’istinto di sopravvivenza con l’arroganza. Sono sincera: queste sue parole sono di una gravità estrema e mi fanno paura, mi auguro che lei non abbia una moglie.
Per quanto riguarda, poi, l’autosufficienza: forse non si è accorto che le donne sono auto (o non-auto) sufficienti quanto gli uomini. Nella sua morbosa attenzione per l’apparato genitale non presta attenzione al fatto che non è una vagina o un pene a determinare l’autosufficienza di una persona, ma un organo che sta un po’ più in alto e si chiama cervello.
Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici e da portare in lavanderia, eccetera... Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (FORMA DI VIOLENZA DA CONDANNARE E PUNIRE CON FERMEZZA), spesso le responsabilità sono condivise.
Oserei dire che lei non sta molto né con i bambini né con donne che hanno subito violenza. Dico questo perché, se lo facesse, non scriverebbe certo una corbelleria del genere. Intanto perché, al giorno d’oggi, una delle tante colpe che vengono addossate alle mamme moderne è di essere troppo protettive nei confronti dei figli e di non permettere loro di crescere immischiandosi nel rapporto con gli insegnanti, proteggendoli da punizioni sacrosante e non preparandoli alla vita vera, rendendoli più facilmente vittime di bulli e bulletti. In secondo luogo perché una donna che subisce violenza domestica non trascura nulla della casa terrorizzata com’è dal non essere all’altezza del marito. Ha mai letto una statistica? Sa che, in genere, non è nelle case descritte da lei che avvengono le violenze di cui parla, ma  nelle così dette famiglie perfette? Evidentemente lei non sa nulla di psicologia della donna violentata, e può stare certo che io lo dico da un punto di vista meno distante. Purtroppo per me, aggiungerei.
Quante volte vediamo ragazze e anche signore mature circolare per la strada in vestiti provocanti e succinti?
Quanti tradimenti si consumano sui luoghi di lavoro, nelle palestre, nei cinema, eccetera?
Potrebbero farne a meno. Costoro provocano gli istinti peggiori e se poi si arriva anche alla violenza o all'abuso sessuale (lo ribadiamo: roba da mascalzoni), facciano un sano esame di coscienza: "forse questo ce lo siamo cercate anche noi"?
Mi scusi, ma lei crede davvero che una donna che va in giro vestita in un certo modo sia così facilmente preda? No perché io non mi sono mai vestita in modo sexy in vita mia, non sono mai stata minimamente attraente, eppure ho subito. Quindi, come me lo spiega? Poi, non ho capito: lei tradisce quotidianamente sul luogo di lavoro la moglie? Non si rende conto che le cose si fanno in due? Cioè: se una donna tradisce il marito, magari c’è un marito che tradisce la moglie. Sa che anche gli uomini “potrebbero farne a meno”? Mi sa spiegare perché tra le righe leggo una giustificazione agli istinti peggiori degli uomini e non a quelli delle donne? Allora è vero che noi donne siamo superiori, ma non spiego, quindi, come mai non dovremmo essere autosufficienti. In questo suo pseudo ragionamento c’è un numero così grande di contraddizioni che sta facendo impazzire anche Shopenhauer. Mi preme, però, informarla che le contraddizioni non si annullano a vicenda, rendono solo un discorso maschilista che adotta due pesi e due misure sotto una maschera di buonismo.
Basterebbe, per esempio, proibire o limitare ai negozi di lingerie femminile di esporre la loro mercanzia per la via pubblica per attutire certi impulsi; proibire l'immonda pornografia; proibire gli spot televisivi erotici, anche in primo pomeriggio. Ma questa società malata di pornografia ed esibizionismo, davanti al commercio, proprio non ne vuol sapere: così le donne diventano libertine e gli uomini, già esauriti, talvolta esagerano.
Questo direi che è una chiosa di una comicità impareggiabile. Ora le spiego perché: secondo lei un uomo cammina per strada e vede un manichino con addosso delle mutande e poi vede una bella donna in minigonna ha diritto di violentarla perché il poverino è vittima di questa società malata e pornografica e la donna non è altro che una libertina quindi, se non esagera, non è colpa sua, ma di qualcun altro. Sì, perché solo talvolta si esagera.
Intanto mi preme farle notare che, proprio all’interno del blog pieno di pubblicità nel quale lei scrive ho trovato questo:

io, però, sono una donna sana e, nonostante la presenza di Brad Pitt alla TV, non sono uscita di casa a violentare l’unico uomo che passava per strada. Ora se lei, da bambino, fantasticava guardando la scollatura della maestra e girava con i finti occhialetti a raggi  X non può farne una colpa alla commessa del negozio sotto casa, non le pare? Poi vorrei svelarle un paio di segreti: nel primo pomeriggio, in genere, la gente lavora, oppure va in palestra a tradire il consorte, e non guarda la tv, quindi non so da dove le vengano queste convinzioni; e le posso garantire che, pure avendo la tv satellitare, la pornografia, nell’accezzione ITALIANA del termine (lo specifico perché mi sembra che lei faccia un uso piuttosto utilitaristico della lingua) deve essere proprio cercata, non è così facilmente fruibile come lei vuol fare credere. La sua esperienza è quantomeno sospetta per un uomo così di chiesa.
Infine pongo l’accento sul suo finto condannare: non me la racconta, signor Volpe. Sono le sue stesse parole a smentirla. Lei esprime il tipico pensiero violento dell’uomo che picchia la moglie per il suo bene. Non so se lei sia sposato o meno, ma esprime proprio quella mentalità lì. Il suo condannare è soltanto un modo ipocrita di mettere le mani avanti per non essere accusato di quello di cui la sto proprio accusando io. Avevo già avuto modo di avvertire la sua violenta mancanza di empatia nel giudicare ed ora ne ho la conferma: lei sta nascondendo dietro la fede solo rabbia e cattiveria. Non si metta su un piedistallo: lei è solo la settima miliardesima parte dell’umanità e non è certo la migliore.
Come ho già chiesto una volta: dire a una donna che ha subito violenza che se l’è cercata è un modo per farle ancora violenza, e allora a lei chi da il diritto di violentare ancora?

lunedì 3 dicembre 2012

Povero Sallusti ...



Ricapitoliamo, poi ditemi se ho capito bene oppure no, perché mi scappa una domanda troppo banale.
Il direttore di un giornale pubblica un articolo scritto da un ex giornalista radiato dall'albo. Questo articolo è palesemente falso e diffamatorio e sia l'autore che il direttore ne sono a conoscenza. Per i motivi di cui sopra l'ex giornalista non può firmare l'articolo e il direttore decide di pubblicarlo, e quindi avvallarlo sotto la sua responsabilità, tenendo come firma uno pseudonimo.
Poiché in Italia esiste una legge che distingue la libertà di stampa dalla diffamazione e per quest'ultima prevede una condanna che arriva anche alla reclusione, il direttore di questo giornale, vene inquisito.
Chiariamo un dettaglio: viene inquisito perché rifiuta di dire il nome del vero autore dell'articolo; cosa, questa, abbastanza ovvia dato che rischierebbe, anche lui, diverse grane con l'albo, perché non può pubblicare un articolo del genere sapendo che chi lo ha scritto non è un giornalista, e che c'è un evidente dolo in tutta questa manovra. Nota a margine: l'ex giornalista adesso, poverino, fa il parlamentare e quindi gode dell'immunità. In parole povere viviamo in un Paese in cui un uomo viene giudicato non sufficientemente onesto per fare il giornalista, ma abbastanza per fare il parlamentare. Tutto questo mi sembra abbastanza esplicativo della situazione che viviamo.
Ma procediamo con la mia storia. Il direttore, dopo un regolare processo, viene condannato, ma, poiché i magistrati sono dei bruti, la pena viene commutata con gli arresti domiciliari. In effetti, io lo capisco e credo che la condanna sia troppo gravosa: deve continuare a vivere con la sua compagna (una nota NON parlamentare di plastica la cui preparazione è inversamente proporzionale alla sua arroganza) e ai loro domestici. Poiché la pena è troppo severa (secondo questo direttore di giornale) decide di fare una mossa dimostrativa evadendo per andare nella sede del suo quotidiano. Arrestato "come se fosse un delinquente" (faccio notare che è stato colto in flagranza di reato, quindi non lo definirei esattamente uno stinco di santo) viene ri-processato per direttissima (tanto paghiamo noi) e condannato agli arresti domiciliari dove potrà, comunque, continuare a usare il telefono e internet. Non so se mi spiego, ma lui avrà la possibilità di reiterare il reato ascrittogli perché, poverino, se no come fa a difendere la libertà di diffamazione.
Ora la mia domanda è questa: ma solo io vedo l'ingiustizia nel trattare quest'uomo come un martire? Solo io mi sento offesa dal pensiero che una legge, ovviamente fatta coi piedi, ideata per salvare questo pseudo giornalista potrebbe danneggiare il mio blog (che non vale niente e non lo legge nessuno, ma è mio e ci sono affezionata)?

venerdì 9 novembre 2012

Vita domestica

Arrivi a casa e lei è lì che ti aspetta.
Bianca, con quel suo aspetto così inequivocabile.
Sapevi che sarebbe arrivata. L'aspettavi.
E lei è puntuale, come sempre, tutti i mesi.
È lei la tua croce, non ne ha colpa, ma lo è.
La bolletta del gas.
Tremi al solo guardarla. Solo lei sa farti tremare così tutti i mesi. Neanche la professoressa di Matematica delle medie riusciva ad esercitare questo potere su di te.
Ti continua a guardare, e tu continui a fissarla, ma tanto sai che vincerà.
Con le mani un po' tremanti prendi un coltello, quasi indecisa se usarlo su di lei o su di te. Tutti i mesi lo stesso dubbio, porca vacca ...
senti la carta cedere debolmente sotto la lama. La tua piccola rivincita: infliggerle quel po' di dolore che puoi sapendo che poi lei te ne infliggerà molto di più.
La apri.
Calma, non c'è fretta. Tanto, che tu scopra oppure no quando devi questa volta, il tuo misero conto in banca verrà depredato comunque alla data concordata come da contratto. E tu non potrai fermare questa catastrofe.
Leggi la cifra.
Non ci credi.
La rileggi.
E poi...
... Finalmente puoi sorridere.
Questo bimestre ti è andata particolarmente bene: l'agenzia del gas ti deve 35.38€ che ti accrediterà direttamente sul conto alla data concordata come da contratto.
Anche queste sono piccole gioie

venerdì 19 ottobre 2012

A Pochi Passi Da Te ... Ci Sono Anch'io. Ho conosciuto uno Scrittore (e S maiuscola non è un caso)


Il tempo è uno dei beni più preziosi che abbiamo. Ci sono giorni che ne perdo in grande quantità e mi sento come la cicala della favola, altri giorni in cui non ho un solo minuto per pensare a me stessa e vorrei che il tempo si fermasse per concedermi almeno la possibilità di respirare.
Poi ci sono quei giorni in cui il tempo si ferma anche quando non dovrebbe. Sono occasioni rare che possono diventare preziose se colte nel modo giusto.
Mi è successo sabato scorso: mi sono trovata un’ora ferma in stazione ad attendere un treno guasto (del mio splendido rapporto con i treni ne parlerò in un’altra occasione) e, così, ho avuto l’inaspettata opportunità di dedicare un po’ di tempo  ad un concetto che sento spesso nominare, ma molto raramente con consapevolezza: il   coraggio.
Non mi riferisco al coraggio dei Gesti Eroici per una comunità più o meno meritevole, no, parlo di quel coraggio più nascosto, meno facilmente riconoscibile, che non ti porta a dire pubblicamente cose scomode, ma che ti porta a metterti a nudo, a esprimere i tuoi sentimenti in un modo che, poi, niente sarà più come prima.
Ecco: Roberto Pellico è uno scrittore coraggioso. Che ti spinge ad essere un lettore coraggioso. Questo perché ci sono persone capaci di opporsi al più sanguinoso dei regimi, ma non trovano il coraggio di dire “ti amo” al proprio partner, e sono totalmente incapaci di  sentirselo dire.

Questa estate avevo letto il suo primo libro A Pochi Passi Da Te: una serie di racconti aventi come comune denominatore la dolcezza. Sono storie diverse, che parlano di amori , di solitudini, di dolori, di gioie, di quegli attimi che si perdono e di cui solo dopo se ne sente la mancanza. Parla anche di quel particolare tipo di libertà che si acquista solo quando s’impara ad accettarsi e si decide di vivere secondo la propria identità. Sono “piccole storie” che sembrano piccole solo per chi non prova sentimenti. Purtroppo la mancanza di affettività è una malattia che si sta espandendo.
Poi, sabato scorso, su quella banchina in attesa di un treno in ritardo, ho letto, ho sarebbe meglio dire che ho divorato, il suo secondo libro: Ci Sono Anch’io.
È un’altra “piccola storia”, quasi un racconto più lungo e articolato rispetto ai precedenti, scritto in prima persona in forma epistolare. Parla della crescita di un ragazzo di vent’anni, del suo bisogno di mostrarsi al mondo, di amore, degli errori che solo a vent’anni possono essere comprensibili, ma che si continuano a ripetere anche a trenta. Parla, con una delicatezza rara, di quel sentimento particolare che si prova durante l’adolescenza: il sentirsi trasparenti. Parla anche di violenza. E fa male.
C’è una luce particolare che anima tutta la storia e che non so definire, forse perché è una luce che, purtroppo, non mi appartiene.
La peculiarità di questo libro, che è poi il vero motivo per cui lo sto deturpando con queste assurde parole, è che ti fa sentire l’autore, non solo il personaggio. È quella luce indefinibile che ne riempie le pagine. Alla fine ne sono uscita stordita, sconvolta da queste pagine, dal dolore e anche dalla speranza che lasciano impressa.
Dando una scorsa alle varie critiche che ho trovato in rete, alcune mi hanno colpito perché sostengono che i riferimenti poetici siano troppo “dozzinali” dando, così, al romanzo lo spessore di un libro di Moccia. Onestamente non posso che dissentire perché non è il riferimento a Vasco Rossi piuttosto che a Sully Prudhomme che dona a un romanzo lo spessore. È l’insieme dei sentimenti che tali citazioni servono a esprimere che lo rendono speciale. Non solo, ma è anche la loro contestualizzazione. Trovo molto più verosimile, e perciò sincero, che un ragazzo a vent’anni conosca meglio Gli Angeli di Vasco che non quelli di Emily Dickinson. Io credo che sia molto più profonda una storia che parla di sentimenti veri piuttosto che una lunga sequenza di elucubrazioni mentali sul nulla. E posso garantire che di pseudo storie apparentemente profonde ce ne sono librerie piene.
E, parlando di librerie, arrivo alla nota negativa: in un mondo che è capace di deforestare l’intera Amazzonia per farci conoscere le prodezze sessuali di Cassano, per farci leggere questi bellissimi libri, non si preoccupa certo molto. Per riuscire a leggere A Pochi Passi Da Te ho dovuto aspettare settimane perché arrivasse da chissà dove; mentre Ci Sono Anch’io non richiede tanta fatica. Non si deve andare neanche in libreria, basta avere un e-book (presente quei cosi retro illuminati che contengono centinaia di libri in pochi centimetri, ma non ne conservano né l’odore né la polvere? ) e il gioco è fatto. Sì, ma è necessario averlo, perché, altrimenti, non lo si può leggere in quanto non esiste ancora (e sottolineo la parola ancora) in formato cartaceo., perché conservo la speranza che le cose cambino prima o poi. Meglio prima magari.


domenica 14 ottobre 2012

lunedì 17 settembre 2012

La Piacente Narcolettica nell'Albereto (La Bella Addormentata Nel Bosco per gli amici)




La vicenda che vado a raccontare è un turpe storia di droga, esoterismo, maleducazione, imbecillità, politica e pedofilia.
Vediamo i fatti: nel regno di Floristano XIV viene presentata ai sudditi la pargola che la regina ha appena sgravato: Aurora. Dovete però sapere che, nel regno, le cose non funzionano tanto bene, o meglio: funzionano più o meno come in questo paese e i posti di lavoro a tempo indeterminato negli organi statali o parastatali vengono sempre attribuiti grazie più a una raccomandazione che non per merito. A dimostrazione di quanto dico vi presento il maestro di cerimonie Catalabutte, un deficiente che invita tutto il regno tranne la maga Carabosse che s’incazza come una iena.
Piccolo inciso. Se vi state chiedendo cosa centri la droga in tutto questo, ve lo spiego subito: ma di cosa si è fatto l’autore della storia per inventarsi dei nomi del genere?? No, perché l’unico normale è, appunto, Aurora.
Ma torniamo alla nostra trama. Ve lo dico onestamente: io sono d’accordo Carabosse. Non ci si comporta così. Se decidi di invitare tutti, inviti tutti e non fai queste discriminazioni, altrimenti sei solo un gran cafone. Ma ve la immaginate questa poverina il giorno dopo, con le amiche, a prendere il the, mentre sente i discorsi della festa? “Hai visto che vestito orribile aveva Teodosia? Ah no, scusa tu non c’eri …” oppure “Secondo me Pancrazio e Claudiana sono in piena crisi, lui ieri faceva palesemente gli occhi dolci ad Atanasia. Ah Cara, se ci fossi stata, ti saresti divertita da morire!” (i nomi non sono presenti nella storia originale, li ho introdotti io prendendo la stessa roba dell’autore). Io capisco la sua rabbia ed ha fatto solo bene a presentarsi così. Che poi, si sa, se proprio devi escludere qualcuno da una festa, non escludere proprio quello che ha potere di vita o di morte sulla festeggiata. È un autogol pazzesco questo. Non ci vuole certo un esperto in Strategie Diplomatiche per capirlo.
Il regalo che il mio idolo fa alla poppante ha il grande pregio di essere originale. Voglio dire, in un mare di braccialettini, collanine, bavaglini, giochini, e altre amenità del genere chi mai penserebbe di regalare a una bambina una maledizione per cui, al solo toccare di un fuso, morirà? Che poi, per certi gnometti piangenti, sarebbe anche un bel regalo da farsi. Io l’avrei regalato volentieri a un paio di bambini …
Come al solito, sto divagando, procediamo: a scongiurare l’irreparabile (ma scongiurare cosa poi?!) ci pensa la Fata Dei Lillà che fa, forse, l’unica opera utile in tutta la sua vita modificando la maledizione di Carabosse in modo che la principessa, sa mai dovesse pungersi, invece di morire, cadrebbe soltanto in un sonno profondo (quello che i miei insonni neuroni continuano a sognare insomma). Praticamente la condanna alla narcolessia. Che non è esattamente una bella cosa. Come non è una bella cosa modificare il regalo che fa un’altra persona. È come quando a Natale ti regalano un maglione e tu lo commenti con un “è bello, mi piace, mi sta anche bene, davvero, ma posso cambiarlo? ”. Non è carino dai.
Che poi, mi sono sempre chiesta: che cavolo di mestiere è La Fata Dei Lillà? Cosa fa? Il direttore dell’INPS? Il Ministro della Sanità? Non mi sembra abbia un incarico molto chiaro. Secondo me deve essere la cugina di secondo grado di un amico di Catabutte. Non si spiega altrimenti il suo stipendio.
Continuo a divagare. Di questo passo mi toccherà scrivere un intero trattato.
Facciamo un salto in avanti di sedici anni. Tranquilli in questi sedici anni non è successo niente: Aurora è diventata adolescente, ha imparato il bimbominkiese, e, probabilmente, ha dei problemi di acne e di squilibri ormonali come tutte le adolescenti che si rispettino. Dicono sia una gran gnocca, ma lo dicono sempre di tutte le principesse, quindi non ci farei troppo affidamento. L’unica legge degna di nota che Floristano ha promulgato è quella di messa al bando dei fusi. Sai mai che qualcuno avesse mai visto un fuso in vita sua. Perché, onestamente, non è che i fusi siano proprio dei telefoni cellulari che te li trovi in omaggio anche nei sacchetti di patatine. Da qui si evince lo spessore politico del regnante. Carabosse, intanto, ha passato questi anni facendosi il manicure (se non capite quest’ultima battuta, tranquilli, non l’ho capita neanche io, mi è venuta così d’istinto).
Per il compleanno della ragazzina viene organizzato un mega party con tanto di musica dal vivo ed un numero improbabile di spasimanti a cui prestare attenzione. Faccio notare che per il mio sedicesimo compleanno mi limitai ad una pizza con gli amici perché era il periodo degli esami di riparazione, capisco che sono passati vent’anni, ma io continuo a rosicare nei confronti di questa qui.  Scusate la parentesi autobiografica. Durante il ballo Carabosse si presenta con un simpatico regalo per la ragazza: un fuso. Pare che neanche questa volta qualcuno abbia pensato ad invitarla, poverina, sono proprio dei cafoni. Vorrei spezzare una lancia a favore della fantasia che Carabosse dimostra nello scegliere i regali.
Aurora vede il fuso e cosa fa? Si punge! Un genio. Ora, se a me hanno fatto una maledizione per cui, pungendomi con un fuso, rischio di farmi la dormita più colossale della storia del balletto, evito di toccare fusi, non mi ci tuffo sopra a pesce. Ed io soffro pure d’insonnia.
A causa di questa cretina tutta la corte cade nel sonno mandando in malora il regno per un centinaio d’anni lasciando che la foresta ne copra le infrastrutture (per intenderci: la Salerno Reggio Calabria a confronto è un’autostrada giapponese). L’unica che non si addormenta è la Fata dei Lillà. Che sia la Marchionne della situazione? Delocalizza la produzione Tavor? (devo smettere di guardare il tg mentre scrivo queste cose). Questa, che ha dei problemi di insonnia più grossi dei miei, si mette in contatto con un principe, Desirée (ma non c’era un nome un po’ più socialmente accettabile? Ma che nome da regnante è questo?!) e gli svela il segreto del bosco nel quale il giovane si sta infilando con degli amici (io sospetto per farsi delle canne, ma  non ho prove in merito).
Il ragazzo arriva nella cameretta dove Aurora ronfa come Garfield e la bacia rompendo l’incantesimo e svegliando, così, lei e tutta la corte.
Stop. Fermi tutti. Da qui si capisce quanto tutto questo non possa essere altro che un’opera di fantasia. In Italia abbiamo una classe dirigente che dorme da molto meno di un secolo, ma io non conosco una sola persone che la sveglierebbe con un bacio. Con un sacco di altri sistemi sì, ma con un bacio no. Qualcuno li farebbe anche dormire per sempre.
Mi preme far notare un piccolo dettaglio. Tra l’ora di andare a letto e la sveglia col bacino passano circa un centinaio d’anni. In pratica, tra i due principeschi neo innamorati ci sono circa cent’anni di differenza. È come se Rita Levi Montalcini si mettesse insieme a Pierre Casiraghi. Intelligenza a parte ovviamente. Io sono sicuramente retrograda in materia, ma secondo me, qualcosa nel discorso tocca e perde quel poco di credibilità che ancora rimaneva alla storia.
Comunque, dicevo, Desirée bacia Aurora che si sveglia, s’innamora e si sposano con una grande festa in cui sono invitati tutti i personaggi delle fiabe. Del resto chi non vorrebbe alla propria festa di nozze i Tre Porcellini nel caso il buffet non sia sufficiente?

venerdì 7 settembre 2012

Perdonate l'assenza



Mi rendo conto che è da un po' che batto la fiacca. Non mi nascondo dicendovi fregnacce del tipo "sono stata troppo impegnata". La semplice verità è che in questi giorni non ho letteralmente la forza per scrivere. Ho in testa un sacco di idee, ma nel mio rientro al lavoro mi sento quasi sfibrata. Presto riprenderò il mio ritmo normale e tornerò. Intanto vi anticipo che le ferie sono state rigeneranti, ed ho anche scritto un racconto, ma spero di potervene parlare più approfonditamente appena riuscirò, perché avrei tante cose da dirvi ...


Un bacione a tutti!!!


giovedì 9 agosto 2012

Eugenio Finardi- Favola

Mia dolcissima piccola fragola 
Che mi chiedi di raccontarti una favola 
Vorrei inventartene una che 
Sia una storia che parli di te 
Senza lupi che vivon nei boschi 
Sono cose che tu non conosci 
Perché Maghi e Fatine dai capelli blu 
E Draghi e Castelli non e esistono più 

Nel tuo mondo c'é gia la magia 
I grandi la chiamano tecnologia 
E la polvere delle streghe che ti renderà pazza 
La vendono ormai in ogni piazza 
Non ti serve Peter Pan che ti insegnerà 
A volare nel cielo di questa città 
Ma tutto questo tu lo sai già 
Sa volare persino papà 

I lupi non fan più paura a nessuno 
Ce ne son così pochi e vivon tanto lontano 
E il Principe Azzurro lo puoi anche sposare 
Ma ha venduto il castello e fa l'ingegnere 
Mia dolcissima piccola fragola 
Vorrei raccontarti una favola 
Ma la storia l'ho dimenticata 
E tu ti sei già addormentata




giovedì 26 luglio 2012

personal nightmare




Vedo tutto sfuocato, solo il tuo volto mi è nitido.
Mi trovo in questo luogo semibuio, immobile, sospesa nel tempo, tutto quello che riesco a fare è preoccuparmi per te. Non mi preoccupo perché ci sei tu, mi preoccupo per te. Per il tuo benessere, per la tua felicità. Dipendo totalmente da te, dal tuo odio (o forse è amore?). Eppure sono calma.
A cosa stai pensando adesso? Non mi hai ancora detto una parola.
Mi fissi con i tuoi occhi chiari, quasi di ghiaccio, e lasci che su quel tuo volto assurdamente bello e diabolico si dipinga un’espressione che è misto di paura e piacere. E dire che dovrei essere io quella spaventata, immobile come sono. Invece, mi sento totalmente serena. Vorrei rassicurati e dirti che va tutto bene. Puoi fare di me tutto quello che vuoi e lo sai. Come lo so io. Perché resto così immobile e impotente?
Ho capito cosa mi farai, cosa vuoi farmi, ma … cosa voglio io?
Mi vedo come fossi staccata dal mio corpo. Vedo la lama che accarezzi con amore, come se fosse lei l'unico oggetto al mondo degno del tuo amore. Quella lama che poi, lo so già, affonderai su di me. Non so dove comincerai, ma so che lo farai. Mi ucciderai. Lentamente.
Ora la sento affondare dentro di me. Sei partito dal ventre e ora procedi verso il basso. Non sento dolore, sento solo il sapore dolciastro del sangue, tra il palato e la lingua.
Ora la lama affonda nelle cosce, stai scendendo verso il basso. Ed io ora sento anche l’odore del sangue. È strano: la tua lama scende e le sensazioni che il mio sangue mi provoca salgono. Tra un po’ ne sentirò il rumore.
Eccolo: il rumore del sangue che mi cola dalle ginocchia. Mai avrei pensato di poter udire il sangue colare. È come una musica classica suonata ad un volume appena percettibile, una sorta di nenia rinascimentale. La cosa assurda è che io non ho mai ascoltato una nenia rinascimentale, ho solo udito il mio sangue sgorgare dalle mie ginocchia, per la prima volta, stasera.
Ora lo vedo anche, incredibilmente a fuoco, mentre mi arriva alle caviglie.
È scuro e scende lentamente, non zampilla. Hai deciso di uccidermi lentamente come pensavo.
Mi sorridi. È un sorriso incerto. Silenzioso. Sembra quasi che tu ti stia scusando. Ma di cosa?
Vorrei muovere un braccio, ma non posso: ci sono corde invisibili che mi tengono bloccata qui. O forse sono solo i miei muscoli troppo deboli per rispondere a un impulso del cervello. Oppure il mio subconscio sa meglio di me cosa voglio veramente.  Voglio che tu vada avanti. Voglio capire fino a che punto vuoi arrivare. Voglio capire fino a che punto posso arrivare.
Mentre osservo il mio sangue e il tuo sorriso timido cerco di ricordare dove e quando ti avrei conosciuto, come ho fatto ad arrivare fin qui e perché tutto questo mi sembra così normale. Ma non ricordo assolutamente niente. So che ti conosco bene, ma non so il tuo nome. Il tuo viso così noto, ma che non ho mai visto prima. So che non mi hai costretto a fare niente, ma che non sono neanche qui per mia scelta. Quello che c’è tra noi non è così eccezionale, ma, se ci penso, non è neanche normale.
Resto tranquilla, mentre la lama fende le mie braccia. Ora che vedo meglio i tagli capisco che non sono profondi e penso che forse non morirò. Poi ti vedo affondare di più la lama e allora penso che non ti sopravvivrò.
Ha importanza forse? Visto quanti siamo a questo mondo posso forse anche solo lontanamente pensare che la mia vita abbia un briciolo d’importanza all’ecosistema terra? Domani sarò pianta e dopodomani dimenticata.
Mi da una strana, indescrivibile sensazione rendermi conto che io vedo la lama che affonda, ma non la sento. Forse avverto giusto un po’ di freddo quando la lama sfiora la pelle nell’istante immediatamente prima di insinuarsi dentro di me.
Presto sarà tutto finito. Forse anche il tuo silenzio finirà. Magari smetterai anche di sorridere in quel modo che adesso mi sembra anche molto dolce. Quasi come il sapore del sangue.
Ora sento che, lentamente, ti stai allontanando, stai sprofondando nell’ombra. Mi viene da pensare che forse sono io che sto piombando nell’oblio in cui tu mi hai voluto. Non prendiamoci in giro: l’ho voluto anch’io.
Nel buio che mi avvolge sento anche il freddo che mi avvolge come un sudario. Sto precipitando. Mi ribello e cerco di riaprire gli occhi per vederti ancora, per rassicurarti, per dirti che va tutto bene.
La stanza è avvolta nella luce, ho perso le coperte e la radio trasmette musica classica.

lunedì 16 luglio 2012

Esperimento



Questo è un esperimento.
Ho deciso di seguire un esempio principesco. Un amico mi ha detto che mettere certe foto aiuta ad aumentare il numero di visitatori del blog. Mi spiego: secondo google se metto la foto di un bell'uomo seminudo aumento l'interesse per il blog.
La cosa mi ha lasciato un po' perplessa e mi sono chiesta per quale motivo, ovvero quali parole si usano su un motore di ricerca per arrivare fino qui. Magari poi scriverò un articolo proprio sulle parole del motore di ricerca (sono un po' a corto di idee).
Vediamo se funziona. Spero quasi che non sia così.

lunedì 9 luglio 2012

Strani progetti...

Come vi ho accennato un po' di tempo fa, in queste settimane sono stata un presa da un'idea un po' strana.
Adesso che è compiuta, posso proporvela: si tratta di una piccola ricerca circa le danze classiche indiane; mi rendo conto che l'argomento difficilmente può interessare, ma io l'ho trovato affascinante. Potete leggere l'articolo che ne è nato qui:

http://www.balletto.net/giornale.php?sezione=articolo&articolo=2970

Naturalmente vi proporrò anche la seconda parte.
Tanto, ormai lo sapete: non potete sfuggire!

domenica 24 giugno 2012

Cambiando prospettiva

Guardo nel mondo delle piccole cose.
Penso alla goccia d'acqua che mi disseta e mi chiedo quante persone ha dissetato prima di me.
Vorrei essere pianta per respirare tutta l'anidride carbonica del mondo
Ricerco il jiva in ogni cosa anche se non posso liberarlo.
Salvo la vita a una farfalla e mi sento bene per questo.
Sono una donna fortunata, nonostante tutto.
Amo la vita.
È bello essere un puntino d'infinito dimenticato quando non ci sarò più.
Mi evolvo...


giovedì 14 giugno 2012

Dall'Ucraina alla Siria passando per l'Italia, va ora in onda la bestialità umana

Oggi ho bisogno di buttare giù qualche riflessione di getto. Abbiate pazienza: è un periodo in cui ho poche idee, ma confuse.
In questi giorni sono molto presa da uno dei miei bizzarri progetti ed ho poco tempo per scrivere, questo non significa, però, che non abbia guardato a quello che mi accade intorno. Mi hanno colpito particolarmente tre fatti che mi sembrano indice di quella bestialità che contraddistingue la nostra specie. 



Fatto numero uno: sono cominciati gli Europei di Ucraina e Polonia. In Ucraina, credo per motivi igienici, le autorità hanno deliberato per l'eliminazione di migliaia di cani randagi. L'uomo è fatto così: se ha un problema, lo elimina. Non lo risolve lo elimina. 
Ovviamente sul web si è scatenata una protesta che mi sembrerebbe anche giusta, se non fosse che non ho visto una sola voce di protesta per le violenze a cui è stata sottoposta in carcere Yulia Tymoshenko, ex Primo Ministro, che per denunciarle era arrivata anche allo sciopero della fame. Anzi ho letto anche qualcuno scrivere "Lei se l'è meritato, quei poveri cani no". Bestialità umana appunto: fare del male a un animale è orribile a prescindere, violentare una donna no. Dipende dalle "colpe" di questa donna. 
Ora, io sono assolutamente contraria all'eliminazione dei cani, ma sono altrettanto contraria alla violenza sulle donne. E sinceramente questo distinguo mi lascia non solo allibita, ma anche un po' schifata. Quindi se deciderò di non guardare la finale degli Europei, non sarà a causa di quei poveri cani, sarà a causa di quei poveri cani E di quella donna.

Fatto numero due: in Siria la barbarie prosegue, alcuni soldati sono riusciti ad usare dei BAMBINI come scudi umani e, addirittura a TORTURARLI. Non uso il termine "riusciti" a caso: per me, arrivare a fare tanto è inconcepibile. Non riesco neanche a immaginarlo. Torturare un bambino vuol dire distruggere il suo futuro. L'animale uomo che distrugge il futuro dei suoi cuccioli è una bestia malata. Fa la cosa più orribile che possa fare non solo a quella creatura, ma a tutta la specie. Non mi vergogno a dire che, mentre leggevo quella notizia, sentivo le lacrime di rabbia e impotenza rigarmi le guance. 
Sullo stesso web scandalizzato per i poveri cani ucraini, non una parola di protesta: ecco di nuovo la bestialità umana che si scandalizza per l'ingiustizia nei confronti di esemplari delle altre specie, ma è del tutto incapace di provare empatia nei confronti della propria. 
Con queste premesse non c'è di che essere ottimisti per il nostro futuro. O meglio, forse posso esserlo: ci estingueremo tutti sopraffatti dalla nostra stessa cattiveria.

Fatto numero tre: gli Europei sono cominciati e gli Azzurri riescono a non smentirsi. Nel senso che non smentiscono mai la loro ignoranza. Ho sempre visto tra Cassano e Rubbia un certo numero di differenze, non ultime il numero di neuroni funzionanti nel cervello (credo che Cassano, al limite dello sforzo cerebrale di cui è capace, usi meno neuroni di quelli che usa Rubbia in fase r.e.m.); quindi non mi stupisco che le sue affermazioni siano al limite del proponibile. L'ultima "perla" del noto calciatore ha scatenato il putiferio e lui non ha neanche capito il perché. Ora, io capisco che non si può far tacere una persona solo perché non ha le capacità di mettere insieme soggetto, predicato e complemento in modo logico e razionale ("Se penso quello che dico" è il massimo), ma non riesco proprio a capire perché una persona del genere debba essere presa ad esempio.
A riguardo mi verrebbero da dire un sacco di cose, ma un mio amico l'ha fatto meglio di me. Vi saluto lasciandovi con le sue parole. 



Un commento sull’intervista al Signor Cassano del sig. M.P. 
Può essere che chi usa le parole "finocchio" o "frocio" lo faccia pensando di usare con intento scherzoso un’espressione codificata dall’uso. Infatti in questa spregevole intervista abbiamo sentito cori di risate irrefrenabili scatenate da frizzi e lazzi all’idea che ci possano essere gay nella Nazionale. 

Tutti si sono divertiti; noi gay NO.
Ascoltando l’intervista, sotto sotto ci siamo sentiti dire “puoi essere qualsiasi cosa, puoi saper fare qualsiasi cosa, avere abilità straordinarie, essere addirittura uno degli atleti italiani più straordinari in campo calcistico, ma, se sei gay, cessi di essere altro, e, agli occhi dell'italiano che ti guarda in TV, di quello che intervista, di quello intervistato diventi riassumibile con una risata di disprezzo e una sola parola: gay. 

Francamente io sono abbondantemente stufo di vedere una componente essenziale della mia identità ridotta a oggetto di scherno e ludibrio generale. Ma non è solo questione di gayezza o di coinvolgimento personale: le mie parole vogliono essere di CONDANNA per chi riduce a divertimentino generale anche un’identità che non mi appartiene, per chi perde il “rispetto” per diverso da sé, per i diversamente abili, per gli anziani, per le donne, per gli extracomunitari, per quelli del sud, per quelli del nord, per gli ebrei, per i neri, per i gialli e per i violetti, determinando una pressione psicologia eccessiva e insopportabile su questi soggetti. 

Tornando all’intervista e ai gay, NON DEVE essere incoraggiato con la risata alcun epiteto rivolto alla categoria o per denigrarla o soltanto per divertire chi è esente dalla jattura di essere nato gay. La presa per i fondelli viene assimilata anche dalle nuove generazioni e i bambini, che sghignazzano assieme ai genitori mentre con loro seguono l’intervista, si preparano a perpetuare l'identificazione del gay a essere inferiore, meritevole di condanna o scherno per il solo fatto di esistere.

Superato lo shock di questa intervista, potrei anche pensare: “Chi se ne frega se i miei vicini sperano, come il Signor Cassano, che la Nazionale non sia macchiata dall’onta dovuta alla presenza di atleti gay???” 

Peccato, però, che, prima o poi, i miei vicini (e il Signor Cassano) spengano la televisione, si alzino e vadano a votare.

martedì 29 maggio 2012

Terremoto in Emilia


Da emiliana, anche se non abito nella zona colpita dal sisma, mi sento anch'io parte della gente della Bassa che in questi giorni soffre tanto.
Non voglio scrivere troppo su questo terremoto, sapete bene quando odio certe forme retoriche e poi non sono capace di esprimere sentimenti quando questi sono troppo profondi.
In questi giorni ho sentito alcuni giornalisti dire che "questa cultura è stata spazzata via" o che "della povera Emilia ormai restano solo le macerie".
È a questi pseudo-informatori che vorrei replicare: la nostra è una cultura millenaria, sopravvissuta alle guerre, alle alluvioni, agli attacchi terroristici, e non sarà un terremoto a distruggerci. Perché, se esiste qualcosa di più duro del diamante, quella è proprio la volontà emiliana di rimettersi in gioco e di ricominciare. E poi, noi siamo una comunità vera di quelle che nascono prima di essere istituzionalizzate.
Prima intervistavano una signora di un paese duramente colpito che avrebbe dovuto inaugurare un negozio nuovo tra tre settimane proprio nella zona rossa del suo paese. Non ha versato una lacrima, non ha fatto alcuna scenata, si è limitata a dire: "eh, certo, adesso c'è un bel po' da fare: io devo inaugurare il negozio tra tre settimane, ho preso un impegno, mica posso annullare tutto. Qualcosa mi devo inventare..." Quando prendiamo un impegno non esiste terremoto che può farci desistere.
Noi siamo fatti così, abbiamo la testa dura e un orgoglio quasi feroce: chiedete al papato, gli abbiamo costruito una chiesa rivolta dal lato opposto rispetto a San Pietro solo per fargli dispetto, e, in quella chiesa, ci abbiamo pure dipinto Maometto che brucia all'inferno.
Siamo fatti così: piegati e spezzati, forse, dominati mai. Non c'è mai riuscito nessuno. Non ci riusciranno  le parole stupide di un cronista che deve riempire un tempo predeterminato. Non ci riuscirà neppure questo terremoto.


mercoledì 23 maggio 2012

i miei 10 motivi per cui la mafia è peggio di un tumore




Ricordo quando, quasi vent’anni fa, mentre mi trovavo davanti alle macerie di Via dei Georgofili , una mia amica danese mi chiese se era stata la mafia l’ artefice di quella distruzione, con il tono di chi sa bene che l’Italia era riducibile a pizza, mafia e mandolino. Ricordo che provai una certa vergogna nel doverle dire di sì e lei mi rispose con il solito luogo comune secondo sui la mafia è il cancro dello Stato.
Per la prima volta, allora, elaborai un pensiero che ho poi sviluppato nel corso di questi anni: la mafia non è il cancro dello Stato. È peggio.
Ora vi dico i 10 motivi che mi fanno dire questo:

1.     Nell’avere un tumore non c’è nulla di cui vergognarsi. Nell’essere mafioso sì.

2.     Non scegli di ammalarti di tumore, ma scegli di essere un mafioso. Un tumore ti capita e non puoi rifiutarti di averlo. Ma alla mafia puoi dire no.


3.     Non esiste una cultura cancerogena, ma una cultura mafiosa sì. E, anche se non tutti abbiamo un tumore, tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo trovati di fronte a esempi di cultura mafiosa.

4.     Se hai una metastasi, non ti dicono: “hai delle infiltrazioni tumorali nei tuoi organi, ma completamente scollegate tra loro”. Nel nostro paese ci sono una miriade di amministrazioni comunali che presentano infiltrazioni mafiose, ma alcuni partiti continuano a dire che “la mafia al nord non c’è”.


5.     Nella ricerca contro il cancro si sa chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Nessuno collude con un tumore. Solo un mafioso, o una persona che ha comunque una cultura di quel genere, può mettere il proprio profitto sopra la salute altrui.

6.     Nel caso del tumore. Gli unici che prestano giuramento sono i medici, cioè chi combatte il tumore, anche secondo le ultimissime ricerche, non esiste alcuna forma di giuramento di fedeltà da parte delle cellule tumorali.


7.     Non mi risulta che lo Stato sia mai sceso a patti con il tumore. Inoltre, se un politico ha un tumore si ritira o si fa curare, se è accusato di mafia, resta al suo posto per difendere la propria immunità.

8.     Un tumore non ha mai depredato la nostra meravigliosa lingua di due splendide parole come ONORE e RISPETTO, facendole sue senza alcun diritto. Invece noi abbiamo un sacco di uomini di (dis) onore che (non) meritano rispetto.

9.     Un tumore non è infettivo, una persona malata non contagia chi gli sta intorno con la sua malattia. Un mafioso rovina chiunque lo circondi. Un tumore, non ti “fa un’offerta che non puoi rifiutare.”

10.                        I farmaci anti cancro non rischiano di esplodere per il solo fatto di esistere. Invece, vent’anni fa …

Quindi, per favore, non mi dite più, che la mafia è il cancro dello Stato, i malati di cancro non meritano di essere paragonati ad una delle più orride aberrazioni umane.
Falcone diceva che la mafia è un fatto umano e, come tale, ha avuto un inizio e avrà una fine. Per, quanto mi riguarda, le persone oneste, non si sono ancora estinte.
Infine: vent’anni fa la gente di Palermo scese in piazza con una fiaccola in mano per testimoniare il proprio dire no alla mafia. Ci mise la faccia. Se permettete, chiedermi oggi di mettere la foto di una candela nel mio stato di Facebook, non è la stessa cosa.

domenica 20 maggio 2012

Un romanzo speciale: Il Corpo Odiato


“Sono sempre stato orgoglioso della mia solitudine. L’ho scelta: l’ho ostentata. Era l’unico modo per riuscire a conviverci. Ora non so nulla di ciò che sarà. So soltanto che ho paura: paura di sbagliare ancora e di non saper affrontare la situazione in cui sono capitato.”


A volte succede, leggendo un libro, di trovarsi in una particolare alchimia con i personaggi. Sono libri preziosi quanto costosissimi gioielli, ma molto più rari. Perle in un oceano di bassa editoria. Non so se capita solo a me, ma staccarmi da questi volumi diventa quasi una violenza. Lasciarli andare, una volta finiti, una fatica. E poi vengo anche assalita da una strana malinconia. Come quando torno a casa da un viaggio meraviglioso e la routine mi turba più del dovuto.
Era da tempo che facevo fatica a leggere un libro che potessi considerare degno di essere letto in questi termini. Da mesi leggevo romanzi carini, piacevoli, ma che non mi donavano quel qualcosa in più che non mi lasciava andare.
Tanto tempo fa una mia insegnante era solita dire: “smettetela di dire che non vi piace leggere e cominciate a dire che non avete ancora trovato il libro degno di essere letto da voi.”
Era da tempo che cercavo QUEL romanzo degno di essere letto, quello che mi entra in testa, quello che mi fa pensare come i protagonisti, quello che mi costringe a cambiare il mio punto di vista perché necessito di vedere le cose con la patina della finzione, quello che influenza anche il mio modo di scrivere.
Mi è capitato con questo romanzo, comprato per caso, incuriosita dai commenti positivi. Mi dicevo “chissà cos’avrà di speciale?” ormai vinta dall’apatia che mi coglie quando un incontro speciale con la carta stampata tarda ad arrivare.
E invece, con Lui, questa specie di miracolo mi è capitato: ci sono libri che ti entrano dentro e non sai il perché, e Il Corpo Odiato di Nicola Lecca lo ha fatto più di altri. Con un elemento aggiunto: quello dell’assurdità della situazione. Perché io, con il protagonista, non ho nulla a che spartire all’apparenza. Cosa posso avere in comune con Gabriele, un ragazzo di 19 anni che va a vivere da solo a più di 1200 km dal paesino natale? Sicuramente non il coraggio di affrontare sé stesso, le proprie paure, il proprio corpo. 
Perché, nonostante le apparenze, Gabriele è adorabile nella sua crescita che non è fatta di successi e vittorie, ma della vera presa di coscienza di sé stesso. È un grande, nel suo piccolo, nelle sue paure, nei suoi complessi, nelle sue insicurezze. Una figura agli antipodi da me. Eppure, mai prima d’ora mi ero identificata così tanto con un personaggio inventato.
Mi sono trovata a camminare per strada pensando nei termini che usa Gabriele, ad ascoltare la musica che ascolta lui, a evitare di guardarmi troppo allo specchio.
Adoro Shostakovich e la sua Sinfonia di Leningrado. Una volta mi piaceva e basta, era una cosa che ascoltavo di tanto in tanto, uno di quegli aspetti di me che nessuno doveva sapere. Ora l’adoro. Ora posso dire al mondo intero che ascolto anche “quella roba lì” e che ne sono quasi dipendente. Colpa di Gabriele.
Ma non solo: Gabriele mi ha lasciato con un senso di incompiuto: mi sento come se fossi sua zia e mi preoccupo perché non so come sta adesso, non ho più sue notizie.
Mai uno stile di scrittura mi aveva coinvolto tanto. Solo parole in un diario. Parole magnifiche però.
Se sapessi scrivere bene vorrei scrivere così. Ma non ne sono capace.